Voto all’estero

Redazione

Voto all’estero

- sabato 14 Aprile 2012 - 09:47

Ormai vicina al varo la riforma delle norme costituzionali e della legge elettorale per gli emigrati italiani all’estero

di Stefania Vella

Sembra ormai giunto alle battute finali l’iter della travagliata legge che ridisegnerà le possibilità e le modalità di voto delle comunità italiane all’estero. E’ un appuntamento basilare nella storia dell’emigrazione italiana e rimarca il diritto inalienabile che ai cittadini italiani, per nascita o per ‘ius sanguinis’, è espressamente garantito dall’articolo 48 della Costituzione sul suffragio universale.

Dopo la Cina, l’Italia è il paese la cui popolazione è più emigrata nel mondo. I flussi migratori, come ricordato dall’ex presidente della Camera, Violante, rivolgendosi ai parlamentari di origine italiana riuniti per la prima volta a Montecitorio nel novembre 2000, hanno portato all’estero, dal 1870 in poi, circa 30 milioni di italiani.

Oggi, ben 60 milioni di persone di origine italiana vivono al di fuori dell’Italia, e questo è probabilmente il motivo, mai esplicitato, che ha finora impedito di dare loro il riconoscimento di elettorato attivo, anche se in parte è grazie al loro lavoro e alle loro rimesse in valute pregiate che l’Italia ha potuto migliorare la propria economia e la propria immagine all’estero. E’ quindi innegabile la loro esistenza, anche se i dati dell’Aire (anagrafe italiani residenti all’estero) e dell’anagrafe consolare – inutile duplicazione con spreco di risorse economiche – quantificano soltanto in 3 milioni i cittadini italiani residenti all’estero.

Quest’ultimo valore è chiaramente relativo solo all’emigrazione più recente, riferibile a: ricercatori e tecnici qualificati che popolano Londra, Boston o la California; imprenditori che hanno aperto nei mercati dell’Est europeo; operatori  gastronomici e artigiani che a migliaia hanno colonizzato, negli ultimi 30 anni, tutti i paesi Cee e paesi lontanissimi qauali Australia, Canadà, Sud America; funzionari e professionisti impegnati nei vari organismi internazionali e della Comunità europea. Qui, naturalmente, sono da aggiungere le migliaia di italiani addetti alle ambasciate e ai consolati.

L’avvento dell’era mediatica rende ormai disponibili in tempo reale, attraverso giornali, tv satellitare e Internet, un’infinita mole di informazioni dettagliate che raggiungono in maniera capillare anche gli angoli più reconditi della terra e sono quindi fruibili ovunque, anche nei paesi più poveri del terzo mondo, consentendo agli italiani all’estero di tenere il passo con gli avvenimenti e la situazione politica della madrepatria. E la facile mobilità garantisce, inoltre, spostamenti rapidi anche su lunghe distanze. Sono quindi da considerare pretestuose le affermazioni di quanti oggi vorrebbero frenare sul diritto di voto, accampando ancora la scarsa conoscenza della situazione politica del nostro paese da parte dei residenti all’estero.

Le modalità di voto devono certamente rispecchiare la personalità e la segretezza, e ciò dovrebbe fare propendere per l’espressione dello stesso ‘in loco’ (ad esempio nelle ambasciate e nelle sedi consolari), preferendo per il voto per corrispondenza o per quello telematico soltanto in caso di condizioni particolarmente disagiate sul piano logistico.

Gli emigrati e i residenti all’estero chiedono da tempo una propria, specifica rappresentanza parlamentare, liberamente espressa, vogliono dimostrare la loro maturità e sostenere l’opera di chi ha realmente condiviso il loro destino e conosce sulla propria pelle i problemi e le tematiche dello spaesarsi, del partire, dell’essere o del vivere lontano. Moltissimi di loro ormai manifestano il desiderio di eliminare il tramite specioso delle associazioni e delle sigle (Comites, comitato degli italiani all’estero; Cgie, consiglio generale degli italiani all’estero) che, a vario titolo, a volte con atteggiamenti prevaricatori di strumentalizzazione da parte di qualche partito, hanno finora guidato, e sostanzialmente imposto, un indirizzo di voto.

Gli emigrati, in particolare modo, lamentano che per troppi decenni i parlamentari eletti in Italia hanno negato o trascurato i loro diritti culturali (scuole e istituti di cultura italiani all’estero, borse di studio presso le università italiane) i loro diritti previdenziali (gli accordi bilaterali con altri paesi in materia sono pochi), economici, (doppie tassazioni), il loro diritto a rientrare in Italia in condizioni lavorative e d’alloggio possibilmente non peggiori di quando emigrarono.

dal numero 74 de L’inchiestaSicilia – giugno 2002

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