Femminicidio, quando le parole (e le leggi) sono importanti

Redazione

Femminicidio, quando le parole (e le leggi) sono importanti

- venerdì 15 Marzo 2013 - 08:00
Femminicidio, quando le parole (e le leggi) sono importanti

Sul filo rosso della prevenzione contro la violenza sulle donne si gioca la migliore strategia per la loro tutela.

Sul filo rosso della prevenzione contro la violenza sulle donne si gioca la migliore strategia per la loro tutela 

 

di Daniela Mainenti  

Più che l’aspetto punitivo, è proprio la prevenzione a giocare un ruolo fondamentale per affrontare il grave problema sociale del femminicidio. Emergono sempre più, ormai, la necessità della ratifica della Convenzione Europea di Istanbul da parte dell’Italia e l’opportunità di politiche mirate e dirette a un contrasto reale alla violenza sulle donne.

In particolare la violenza nelle relazioni intime è stata indicata da tutti come forma più estesa della violenza contro le donne. È, infatti, all’interno della famiglia che sono stati ravvisati reati come maltrattamenti, ingiurie, atti persecutori, violenza fisica ed economica ma anche sequestro di persona e tortura, con effetti devastanti nei confronti dei minori, quando presenti. Di certo, la crisi italiana non aiuta a causa del finanziamento a singhiozzo dei cruciali centri antiviolenza.

Molte volte la vittima, in casi di violenza, non ha piena consapevolezza del suo status, tanto arrivare a considerare se stessa in parte responsabile di ciò che è accaduto. Visti i dati allarmanti del solo anno 2012 sulle vittime di femminicidio in Italia, nessuno può più negare che l’uccisione delle donne configuri una fattispecie specifica che risponde a presupposti peculiari. Nessuno ritiene che si possa più parlare genericamente di omicidio: la particolarità dei moventi e delle circostanze in cui il delitto viene commesso consente di utilizzare il termine “femminicidio”, rispetto al quale c’era stata finora qualche reticenza.

La parola “femmicidio” è, quindi, un neologismo coniato per evidenziare la predominanza statistica della natura di genere della maggior parte degli omicidi e delle violenze sulle donne. In questo ambito non vi è ancora un’adeguata chiarezza della gravità della violenza domestica in Italia. Spesso manca un’appropriata investigazione sui fatti che possono evolvere in reati di maggiore gravità, e che, in molti casi, sono preceduti da episodi minimizzati anche dagli organi inquirenti.

Il fenomeno della violenza che caratterizza le relazioni familiari è però oggi, ormai, oggettivamente molto grave, perché sono statisticamente elevati i nuovi procedimenti che ogni anno vengono iscritti e sempre più frequentemente si deve fare ricorso alla adozione di misure cautelari.

È un dato acquisito che in pochi casi la violenza si ferma ad un singolo fatto, mentre risulta che molto spesso ci si trovi di fronte a un crescendo di gravità, e un intervento tempestivo può impedire che la situazione evolva in maniera ancora più drammatica. Anche una corretta attivazione autonoma del campo sanitario in tema di antiviolenza che preveda la riformulazione di prassi diagnostiche e d’interventi, distinguendo la conflittualità dalla violenza, auiterebbe.

 La parola “femminicidio” deve essere, pertanto, riempita di contenuti e non usata come un semplice slogan dai media: una “rivoluzione culturale “, che passi attraverso una corretta informazione senza ricalcare stereotipi secondo i quali la donna è anche responsabile del suo stupro e dove il marito geloso uccide la moglie in un “raptus” perché fuori di sé.

Un esempio tra tutti, è la sentenza del Tribunale di Belluno dell’anno scorso in cui un uomo, che ha stuprato una donna minacciandola con l’accetta, ha usufruito di attenuanti in quanto la donna avrebbe dovuto sapere a cosa sarebbe andata incontro perché conosceva il debole che l’uomo nutriva nei suoi confronti. Così è scritto nella sentenza che lo ha condannato a 2 anni invece di 8 come chiesto dal Pm. Un fatto che nessun giornale ha ripreso, criticando i presupposti appunto “culturali” della sentenza . È chiaro che la legislazione penale non può che rivestire un ruolo sussidiario, così come anche previsto nell’ambito delle strategie della Convenzione europea di Istanbul contro la violenza sulle donne, che vedono nella prevenzione e, soprattutto nella protezione delle vittime, la chiave di volta del contrasto al fenomeno della violenza. Ma va anche sottolineata l’importanza dell’adeguamento di un linguaggio differente per quanto riguarda le sentenze che molte volte entrano nel merito delle violenze di genere, sviluppando la consapevolezza della necessità di un uso della lingua italiana coerente con il rispetto dei diritti nella redazione delle sentenze e degli altri provvedimenti giudiziari.

Di recente, la Corte di Cassazione, per assicurare tempestività e prevedibile uniformità alle decisioni su questa materia, ha previsto una razionalizzazione nella distribuzione degli affari concernenti tale tipologia di reati, limitando la competenza a due sole sezioni affinché l’applicazione della legge sullo stalking e le modifiche sulla disciplina dei maltrattamenti in famiglia, con la relativa problematica del cosiddetto mobbing, possano ricevere approfondimenti progressivi e affinamento di sensibilità giurisprudenziali. Per tali ragioni la violenza contro le donne non deve essere mai minimizzata, e l’approccio investigativo, di tutela, e di prevenzione deve prevedere una formazione specialistica che abbia un quadro intero ed esaustivo sul fenomeno stesso. La violenza contro le donne non deve essere un fenomeno culturale, una tradizione che viene da lontano, e che appartiene alla mentalità.

Una cultura, che definisce chi lo esercita, in maniera dominante ed egemonica, e che occorre ridurre al suo concreto significato: la violazione brutale di un diritto umano.

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