Emigrare dal Sud: oggi come ieri, a caccia del proprio futuro

Fabio Vento

Emigrare dal Sud: oggi come ieri, a caccia del proprio futuro

- giovedì 14 Novembre 2013 - 09:00
Emigrare dal Sud: oggi come ieri, a caccia del proprio futuro

Il fenomeno migratorio dal Sud Italia è da poco ritornato alle stesse proporzioni del dopoguerra. Di certo per la crisi economico-finanziaria, che ha determinato un vertiginoso calo della produzione e dei posti di lavoro.

di Fabio Vento 

«Nel Sud si ricava dalla terra appena tanto da mangiare e da pagare le tasse… E alla prima difficoltà tutto va per aria. Se non ci fosse l’emigrazione transoceanica, avremmo ad ogni cattiva raccolta delle vere e proprie crisi di fame.»: così scriveva lo storico Gaetano Salvemini nei primi anni del Novecento, in un Meridione che ancora risentiva degli effetti della crisi agraria, acuiti dall’aggravarsi delle imposte dopo l’unificazione d’Italia. Le vecchie botteghe artigiane, un tempo motore dell’economia, volgevano una dopo l’altra verso la chiusura: così, a siciliani, campani, calabresi non restava che affidare la propria sopravvivenza a lunghi, interminabili viaggi in battello. Per terre lontanissime: dal proprio mondo, dal proprio quotidiano, dai propri affetti. Meta privilegiata gli Stati Uniti, landa delle mille opportunità, dove già andavano formandosi piccole comunità di immigrati. Erano per lo più ex contadini, di giovane età e dal basso livello di istruzione, alla stregua dell’analfabetismo: li attendeva l’impiego nelle fabbriche, nella costruzione di strade e ferrovie e nelle miniere. Molti di essi lasciavano alle spalle una famiglia e progettavano il ritorno in patria, non appena fossero maturate le condizioni: un proposito, in troppi casi, tristemente disatteso. 

Tanto tempo è passato. Sono arrivati diritti, benessere, istruzione. Ma tarda ancora la promessa più importante, quella di un futuro di stabilità nella propria terra. Il rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno, divulgato pochi giorni fa a Roma, presenta un conto a dir poco drammatico: il fenomeno migratorio dal Sud Italia è da poco ritornato alle stesse proporzioni del dopoguerra. Di certo per la crisi economico-finanziaria, che ha determinato un vertiginoso calo della produzione e dei posti di lavoro. Negli ultimi venti anni – si legge nel dossier – sono emigrate dal Sud circa 2,7 milioni di persone. A vantaggio del centro e del nord dell’Italia, Lombardia in testa; ma anche dell’estero, con Germania, Svizzera, Gran Bretagna mete privilegiate. Tanti sono anche i cosiddetti pendolari di lungo raggio, che fisicamente lavorano e vivono per buona parte della settimana al Centro-Nord, ma che mantengono casa e famiglia al Sud.  

C’è ancora, ovviamente, chi emigra per far fronte a condizioni di indigenza, ma il dato prevalente è ben diverso da quello di tanti anni fa. Il 64% dei cittadini meridionali che nel 2011 sono emigrati al Centro-Nord – conferma la statistica – aveva un titolo di studio medio-alto. Tanti i giovani laureati, talvolta anche con master e specializzazioni. Giovani che non hanno trovato un tessuto imprenditoriale e produttivo che sapesse valorizzare in modo adeguato le loro competenze. L’emigrazione è stata l’unica alternativa a impieghi sottopagati, e frequentemente ben lontani – come nel caso dei famigerati call-center – dagli studi su cui intere famiglie hanno investito energie e denaro.

Tante le testimonianze, tante le storie di vita, oggi come ieri. Tutte segnate dall’amarezza di uno strappo violento dai propri affetti, dalle proprie origini. Dallo spaesamento di chi è costretto a rigenerare dal nulla, con le sole proprie forze, il proprio spazio umano, sociale, materiale. Senza la certezza di poter un giorno tornare alla propria terra. Recentemente Marco Ferrara ha intervistato per linkiesta.it due ragazzi in partenza da Palermo, e il loro racconto fa specchio a quello di tanti altri.«Ho un biglietto di sola andata – racconta Matteo, 31 anni, laureato a Catania in Biotecnologie –  So che passerà molto tempo perchè possa tornare. E la coscienza di questo fa ancora più male della partenza stessa. E’ un tradimento delle mie radici, delle mie origini, del mio Paese. Ho pensato a lungo se accettare l’offerta del centro di ricerca londinese, dove sono diretto. Mi sentivo un traditore, un codardo ad abbandonare l’Italia nel momento più difficile, ma non ho avuto altra scelta. Il settore della ricerca, in Sicilia inesistente, in Italia molto sofferente soprattutto nel settore pubblico, soffre l’assenza di investimento statale e il più profondo disinteresse della politica.».

Raffaella ha 28 anni ed è di Erice, in provincia di Trapani. Dopo una laurea in lettere a Palermo, si è specializzata in culture nord-europee e ha vinto una borsa di studio per un periodo di studio ad Oslo, in Norvegia. La borsa è di 18 mesi, prorogabile in base ai risultati raggiunti.

 «Consiglio ai maturandi – dice – di non iscriversi a Lettere. E’ un suicidio. Pochissime opportunità, mal pagate e nessuna prospettiva di stabilità. Oggi, senza la buona conoscenza delle lingue e una preparazione scientifica hai poche chances di poter partire.» E conclude: «La mia famiglia ha fatto debiti per mandarmi all’estero a studiare bene l’inglese e per frequentare corsi di specializzazione, che data la particolarità dei temi, solo alcune università private del Nord offrivano. Io vorrei tornare un domani, ma come si fa? Per fare cosa? Per ritrovarmi precaria a Palermo in un call-center come le mie amiche? 500 euro al mese, dimissioni in bianco e nessun diritto. Prendere o lasciare! No, non lo so.»

 

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