Donne e medicina

Redazione

Donne e medicina

- lunedì 18 Novembre 2013 - 09:00
Donne e medicina

Aumentano le donne medico. Tante, le allieve che giungono al traguardo della laurea in medicina, ormai più dei colleghi maschi. Tale proporzione si inverte completamente, però, nelle posizioni apicali

di Daniela Mainenti

Il rapporto tra donne e medicina permette di fare ordine mentale, riflettendo e distinguendo fra le capacità che le donne medico hanno, riconducibili a un indole precisa e innata, e capacità, invece, acquisite con la formazione-professione medica.

Si teme, invece, che molti uomini medici, così come qualche donna medico, pensino  semplicemente che la differenza di genere in medicina si limiti al fatto che le donne abbiano capacità insite, prevalentemente di tipo deontologico, legate, quindi, a una buona educazione, in quanto portatrici di un supplemento di anima, innato o acquisito, e che,  per queste loro capacità riconosciute, siano tollerate perché, “si sa”, la donna è prima femmina, poi donna e forse, poi, anche medico.

Quindi è più tenera, più comprensiva, più dedita all’ascolto, alla relazione e alla sopportazione rispetto agli uomini ‘maschi’ medici.

Sarà, probabilmente, per questo, che molte donne in medicina si comportano come i maschi, perché ‘condannate’ a questa ‘indole’, a questo innatismo che produce un pensiero fuorviante per la medicina. Fuorviante perché, nell’immaginario collettivo, la medicina è solo scienza e non filosofia e la filosofia non è scienza. Medicina è concretezza, non metafisica.

Una donna medico, quindi, talvolta anche madre e portatrice di un valore aggiunto che non aggiunge scienza, è una donna medico che pratica e opera una medicina, per definizione, meno buona.

Pertanto, come la medicina, in passato, ha dovuto liberarsi dai troppi elementi metafisici, divenendo positivista e scientista, cosi, la donna medico, rimanendo anche femmina, ha dovuto recuperare  un po’ di positivismo e lo ha fatto esercitando la professione come un  maschio medico.

L’intenzione professionale ideale, invece,  dovrebbe essere quella di instaurare un rapporto di cura, una relazione capace di dar vita a un fenomeno assistenziale che si dovrebbe caratterizzare per gli aspetti non solo tecnico-scientifici, ma anche per le riflessioni, le relazioni, l’assistenza.

La terapia, il ricovero, ma anche  lo spirito, la sensibilità, le attenzioni, i gesti,dovrebbero essere intesi come momenti di raggiunto silenzio mentale, di chiarezza, di lucidità e ordine professionale dal quale poi nasce l’abilità, l’intuizione.

La cura, quindi, non essendo riducibile alla terapia, è qualcosa che dovrebbe riguardare e ripensare  anche il modo della cura stessa; esattamente come dovrebbero fare i medici, uomini o donne che siano, perché cura non è solo assistenza e non è solo clinica.

Pensiamo ad esempio alla relazione, di cui le donne medico si fanno portatrici.

La relazione, però, non è nella prassi sanitaria. Allora, quale cura fra le molte a disposizione è quella giusta? Dove, in quale luogo, in quale processo deve situarsi la cura ripensata e ritematizzata, oltre e al di là delle pratiche mediche di terapia o religiose di cura dell’anima?

Per rispondere a questi quesiti è necessario riflettere su alcuni punti. Se la cura è un sistema di aiuto , essa userà un sapere critico, riflessivo, multidisciplinare, tecnico e funzionale con lo scopo di rileggere l’uomo che ne è venuto fuori, cadendo in uno stato di malattia.

‘Il suo nuovo darsi forma’, come essere malato, con il suo ‘nuovo’ modo di essere, per comprenderlo e curarlo e possibilmente guarirlo.

La traccia da seguire durante il viaggio conoscitivo di ogni soggetto/individuo/persona, in ogni luogo della cura è, allora, sicuramente rappresentata dalla formazione umana dell’uomo.

Un nuovo sapere.

Un sapere che s’ incarica di capire qual è la formazione dell’uomo malato.

Per un uomo che diventa, a causa della malattia, “altro da sé”: quali sono le alleanze terapeutiche che si possono sviluppare e come svilupparle, quali sono i suoi  modelli  esplicativi di salute e malattia, quale potrà essere il recupero del suo ruolo sociale, il suo reintegro, la sua morte serena?

Questo sapere è la pedagogia criticamente e riflessivamente considerata, intesa proprio come scienza dell’uomo e delle sue forme. Pensare all’uomo, in quanto forma, aiuta l’assistenza, perché permette di ricomporre l’unicum che è la persona umana con la sua storia, le sue tracce, i suoi valori, le sue credenze, le sue utopie e quindi aiuta la professione medica ad essere presenza, continuità ad operare per e nella complessità.

Pensare all’uomo in quanto forma, però,  aiuta anche la clinica, il medico, la medicina perché permette di conoscere di più e meglio il malato, permette al medico, quindi,  di passare da una clinica osservazionale dove il segno e il sintomo comunicano, a una clinica relazionale, interpretativa, dove i soggetti parlano, comunicano per fare meglio la diagnosi e per sviluppare alleanze terapeutiche.

Per passare da una clinica osservazionale a una clinica relazionale è necessario considerare, come nodi concettuali, anche altri come: l’intenzionalità, la volontà, la relazione, il soggetto-persona. Pertanto, è impensabile cambiare modo di essere del medico, senza prima accedere a una nuova o vecchia consapevolezza di sé: come essere e, poi, come professionista.

Oltre a parlare, a ragione, di interconnessioni da organizzare per essere migliori, sarebbe bene interconnettere anche l’essere uomo con l’essere professionista.

Altra riflessione, poi, opportuna è questa: se l’uomo è la sua formazione, allora la formazione umana dell’uomo, sano o malato che sia, è cura.

La differenza di genere in medicina penalizza fortemente le donne sul piano della condizione del lavoro in termini di titolarità, intesa prevalentemente come progressione di carriera, ma non possiamo essere altrettanto sicuri che la parità di genere, cosi come è oggi, garantisca cure migliori o che comunque possa essere l’idea nuova di medicina.

Tutto si può  auspicare, però, all’infuori dell’avvio di un processo di effemminizzazione della medicina perché, questo, non sarebbe un vero cambiamento.

Se è vero che il processo di effemminizzazione della medicina è iniziato negli anni ’70, questo non ha determinato ad oggi nessuna contro – prospettiva significativa, anzi, ha portato al bloccarsi, ormai da troppo tempo, sui concetti di umanizzazione, customer satisfaction e via dicendo, delineando, al contrario, soluzioni non congrue rispetto alla domanda di presenza e attenzione che i cittadini e i malati pongono: solo più gentilezza ed amabilità.

Questa è la contraddizione  tra una vecchia organizzazione maschile del lavoro sanitario e la mancanza, ancora oggi, della necessità da parte della maggioranza dei medici, uomini e donne, di ripensare la medicina, ripensare la cura, ripensare i modi di essere medico, malato, ospedale.

Le donne in medicina sono tante, meno a livelli dirigenziali alti, ma sono anche lì, ma questo non è sufficiente, evidentemente, a determinare un cambiamento vero. Inutile, quindi, insistere su un processo che non porterebbe da nessuna parte e che soprattutto non permetterebbe di riconciliarsi con la comunità servita.

Molti hanno iniziato a manifestare disagio per una cura che non cura completamente, per una medicina neopositivista che non richiede prassi diverse da quelle osservazionali, caratterizzate da saperi mai soggettivati, impersonali, prive di interconnessioni, dispendiose e costose.

Molti hanno capito, da tempo, l’importanza di intendere il malato-uomo come un testo, e  da tempo interpretano, andando oltre il visibile. Ma quella conoscenza rimane tacita perché non serve, nella prassi non serve.

Molti, infine, hanno avviato organizzazioni a rete capaci di aiutare gli operatori ad avere relazioni di co-responsabilizzazione con i cittadini, hanno esperito modelli organizzativi innovativi, sanno essere flessibili, sanno lavorare anche fuori dai piani standardizzati, sanno usare saperi di tipo antropologico e pedagogico, ma da soli non decollano.

I governatori, che si lamentano per la mancanza di  parità dei bilanci regionali, perché non si trovano insieme per realizzare una progetto applicativo per  una nuova medicina?

Chi deve scegliere tra A e non A? Cosa manca alle donne medico, per rimuovere la contraddizione tra A e non A? Forse le contraddizioni prima di essere rimosse devono essere percepite come tali?

La relazione è una buona idea, si direbbe che è l’idea, ma va messa in un progetto strutturato di ripensamento realistico, concreto, capace di produrre interconnessioni possibili con l’intero sistema di cura. Essa  non può restare una soluzione cognitiva, o peggio una mera potenzialità del solo genere femminile medico.

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