Conversione religiosa tra psicologia e sociologia

Patrizia Romano

Conversione religiosa tra psicologia e sociologia

- venerdì 09 Giugno 2017 - 07:52
Conversione religiosa tra psicologia e sociologia

Negli ultimi anni, si registra un ritorno alla vita spirituale. Una vera conversione religiosa. Da cosa è dettata questa tendenza? Cosa scatta nella mente?...

Negli ultimi anni, dopo lunghe battute d’arresto in cui la società sembrava allontanarsi dal proprio Dio, si registra un ritorno alla religione e alla vita spirituale. Una vera e propria conversione religiosa. Da cosa è dettata questa tendenza? Cosa scatta nella mente umana?

 

di  Patrizia Romano

Nel corso dei secoli, il pensiero religioso è sempre stato fortemente pervasivo e dominante all’interno di una società.
Negli ultimi anni, dopo lunghe battute d’arresto in cui la società sembrava allontanarsi dal proprio Dio, si registra un ritorno alla religione e alla vita spirituale. Insomma, una vera e propria conversione.
Da cosa è dettata questa tendenza che sta caratterizzando tutte le società dei nostri tempi? Che cosa scatta nella mente umana in un nuovo clima di crescente fondamentalismo religioso?
Secondo studiosi del settore, la conversione religiosa è il frutto di un processo psicologico cognitivo e sociale. Entra in gioco una serie di meccanismi e processi mentali che sottostanno ad un comportamento socialmente e culturalmente complesso.
Al momento della conversione avviene in noi un cambiamento sia personale sia sociale. Sebbene fondamentalmente implichi un cambiamento dei nostri rapporti con Dio, essa indica al tempo stesso una serie di cambiamenti dei nostri rapporti con gli altri, con il nostro prossimo. La conversione è un avvenimento spirituale con vaste implicazioni sociali. Anche da una prospettiva biblica la conversione comporta due aspetti, divino e umano. Essa rappresenta l’incursione della grazia di Dio nella vita umana, la risurrezione dalla morte spirituale alla vita eterna.
L’essere umano sembra ‘confinato a credere’, costretto da un insieme di tratti cognitivi che lo predispongono a credere.
In senso più largo, invece, conversione significa mutamento di atteggiamento di fronte alle realtà religiose.
Anche così ridotto, il problema della conversione è molteplice e si pone e si risolve in modi diversi, secondo il punto di partenza e il punto d’arrivo del convertito, e tocca questioni non solo spirituali, ma anche e, soprattutto, psicologiche e sociali. Il problema, come dicevamo, è, quindi, psicologico e insieme sociologico. Il sociale, però, interviene poco nelle conversioni individuali, soprattutto di coloro che appartengono ad ambienti da lungo tempo religiosi. Interviene molto più largamente,  quando si tratta di conversioni in massa. Questi casi sono frequenti in Africa, anche se pure qui è ancora presente la psicologia, però la psicologia della coscienza collettiva. Infatti, essendo questa un ingresso nella Chiesa, il convertito deve accettare la coscienza collettiva.
La conversione è legata al proselitismo, cioè all’atto con cui si prova a convertire un individuo.

Ma la conversione è pure un fatto giuridico. La Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo definisce la conversione come un diritto umano: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti”.

Nell’ebraismo, la conversione è sostanzialmente una forma di adozione, un divenire membro della nazione dei Figli di bramo. Il potenziale convertito deve desiderare la conversione per il bene personale, non per altri motivi.
Secondo la dottrina cattolica, la conversione è la grazia dello Spirito Santo che cerca di risvegliare la fede ed è detta grazia attuale: la sua prima opera è proprio la conversione.
Nel cristianesimo, a partire dal Nuovo Testamento, la conversione è vista come un cambiamento morale che riporta a Dio e alla vera religione: ciò può accadere sia per i credenti sia per i non cristiani. Il proselitismo per tutti i cristiani, è un dovere espresso dallo stesso Gesù Cristo. Nell’ambito cristiano si parla quindi di evangelizzazione.
Nella conversione all’islamismo, invece, per divenire musulmano è necessario affermare che non esiste Divinità se non ‘La Divinità’ (Dio, in arabo Allah) e che Maometto è suo profeta. Non vi sono, invece, formali pratiche per l’inserimento nella comunità. La dottrina islamica prevede che la conversione liberi da ogni peccato.
L’interpretazione del Corano non fa chiarezza sull’utilizzo della conversione forzata: esso afferma sia che non c’è costrizione nella religione sia che questa conversione forzata è possibile.
Sono quindi presenti due correnti di pensiero opposte, che si impongono alternativamente nei differenti momenti storici.
Le religioni orientali, Induismo, Sikhismo, Buddismo e Giainismo non prevedono la conversione come forma di espansione della religione, sebbene accettano chiunque chieda di unirsi alla loro fede. Tali dottrine non prevedono un approccio esclusivo.
Infatti, sebbene la conversione abbia soprattutto a che fare con individui, anche società e nazioni sono state profondamente segnate da risvegli religiosi.
Si sono tentate molte spiegazioni psicologiche della conversione religiosa. La maggior parte di queste vedono la conversione come la consapevole unificazione o riunificazione di un io prima diviso.
Nel suo senso biblico, la conversione è il volgersi dell’anima verso Cristo e l’unione con Lui nella Sua morte e risurrezione.

 

 

 

 

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