La primordiale e inquietante bellezza di Scannasurice

Liliana Serio

La primordiale e inquietante bellezza di Scannasurice

- venerdì 27 Ottobre 2017 - 08:00
La primordiale e inquietante bellezza di Scannasurice

Giovedì 19 ottobre è andata in scena, per la prima volta al Teatro Libero di Palermo, la primordiale e inquietante bellezza di Scannasurice...

Giovedì 19 ottobre è andata in scena, per la prima volta al Teatro Libero di Palermo, la primordiale e inquietante bellezza di Scannasurice, opera di Enzo Moscato (1982), interpretata da Imma Villa, per la regia di Carlo Cerciello, scena di Roberto Crea e suono di Hubert Westkemper

 

di  Liliana Serio

Trama dell’opera Scannasurice

Scannasurice, letteralmente “ammazza topi”, è la storia di un viaggio nel cuore infernale della bella Napoli, tra spazzatura, topi e fantasmi, come la Bella ‘mbriana e il Munaciello, alcol e macerie, quelle di una terra che non ha ancora smesso di tremare a causa del terremoto.
A parlare è un Femminiello, un travestito, una figura classica raccontata da Moscato, un personaggio dall’identità androgina, sapientemente intrepretato da Imma Villa, un cantastorie, un visionario che, aspettando che giunga il momento del suo bisinìssesi, si muove e striscia tra le rovine di una topaia, probabilmente sita in un vicoletto dei Quartieri Spagnoli, circondato dagli oggetti che più simboleggiano la sua condizione, che si muove come fosse un burattino, all’interno di uno scheletro vuoto, smembrato, lasciato a marcire nella sua solitaria bruttezza.
I capelli nascosti da una retina, il volto pesantemente truccato, la canottiera e le mutande da uomo, che vestono la Villa per quasi tutto il monologo, vengono sostituiti, giunta la fine dello spettacolo, dai tacchi alti, da una pelliccia rossa che scopre più che vestire, da sfarzosi “gioielli”, da calze a rete e da una parrucca castana, che lasciano ancor più l’amaro in bocca in chi osserva.

Benvenuti all’Inferno, l’altra faccia di Napoli

Buio. D’un tratto si accendono luci soffuse che incorniciano una scacchiera, sì proprio una scacchiera, fatiscente e cadente, proprio come il personaggio che la abita. Una scenografia perfetta, fredda e desolata, che accoglie e sostiene la scena e la storia che si racconta, il lento consumarsi di una vita, di un popolo.
Una voce, dal ritmo prima cadenzato poi frenetico, tutto d’un fiato, una poesia e una filastrocca, memorie e ricordi di ciò che è stato e che non sarà più, un sorso di vino, una preghiera, una puttana, un travestito e un dialetto, quello napoletano, verace e puro, delle antiche nenie sussurrate e dei più severi e sprezzanti rimproveri. Dolce e amara, forte e indifesa, questa è Napoli, questa è Scannasurice.Scannasurice
«Chi so’? Stong’arinto? Stong’afora? Nun moro, no… ma neppure campo comm’apprimme: ‘a vista, ‘e mmane, ‘e rrecchie… tutte cose se n’è ghiute… e pure ‘a voce… ancora ‘nu poco… e poi… sommergerà, affonderà pur’essa».
Con queste parole Enzo Moscato sintetizza perfettamente la profonda, quanto primitiva, essenza del suo protagonista e della sua opera stessa, nata all’indomani del terribile sisma che nel 1980, per un minuto e mezzo, ha messo in ginocchio la spina dorsale del Mezzogiorno d’Italia, vittima indifesa di una calamità naturale e, soprattutto, di un terremoto etico e sociale da imputare all’inefficienza e al cattivo governo del tempo.
Il dramma di una città è il dramma di ogni singolo uomo, e così il dramma vissuto nei Quartieri Spagnoli è il dramma di Moscato, lui che da piccolo vi aveva vissuto, forgiato e interiorizzato il suo complesso rapporto con la cultura napoletana. Per molti anni proprio quei Quartieri furono il naturale ritrovo di topi e uomini, miseria e immondizia, degrado e voglia di rivalsa.
Ed ecco che la singola storia, una qualsiasi storia, diviene, a causa di quel fatidico “bum bum bum” che ha sconquassato la città, la storia di tutti: di un uomo, di una società, di un territorio ferito.
Nonostante tutto, Scannasurice è comunque il perfetto tentativo di andare oltre, oltre la realtà che si mescola e si confonde con la magia dei racconti popolari, di mettere sotto una lente di ingrandimento un popolo, quello napoletano che, al di là dei luoghi comuni e delle parole, malgrado le sue fragilità, ha la forza di sopravvivere e reagire, sempre, anche davanti ad una catastrofe naturale.

Ph di Andrea Falasconi

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