Tutto il mondo è paese

Patrizia Romano

Tutto il mondo è paese

- venerdì 17 Novembre 2017 - 07:36
Tutto il mondo è paese

Tutti i siciliani che hanno scelto di vivere in Australia hanno vissuto sulla propria pelle le numerose affinità tra i due Paesi. Scopriamone alcune...

Tutti i siciliani che hanno scelto di vivere in Australia hanno vissuto sulla propria pelle le infinite differenze tra i due Paesi. Andando in fondo, però, ci si rende conto che ‘tutto il mondo è paese’ e che l’adattabilità dei siciliani deriva dalle numerose affinità tra le due terre. Scopriamone alcune

 

di  Patrizia Romano

Paese che vai usanza che trovi? Non sempre è così. Spesso, ci si accorge che, pur trovandosi a miglia e miglia dalla propria terra, si scoprono numerose affinità.
Sicilia e Australia. Quante miglia le dividono? Eppure… Chiunque si ritrovi per caso o per scelta a vivere in terra straniera, le prima cosa che deve dimostrare al Paese ospite sono adattabilità e versatilità. Persino quando le differenze e le distanze culturali sembrano enormi. Vedi i siciliani in Australia. Tutti i siciliani che hanno scelto questo Paese come meta per lavorare e vivere hanno vissuto sulla propria pelle un’infinità di contraddizioni tra i due Paesi che, spesso, contrastano con la logica tutta europea. Però, se poi vai a fondo, ci si rende conto che l’adattabilità e la versatilità dei siciliani deriva dalle numerose affinità tra le due terre apparentemente così differenti. Una delle affinità più curiose è il lavoro.
Noi siamo un popolo di contadini. E anche se i giovani siciliani aborriscono di fronte al lavoro della terra, li vediamo numerosi lavorare presso le farm australiane. Qui, assaporano la campagna con un training presso una farm; cinque giorni in cui ti preparano e ti spiegano quali lavori potresti fare: costruire recinzioni, andare a cavallo, radunare le mandrie, utilizzare una motosega, guidare moto, trattori e tutto quello che riguarda la vita in un’azienda agricola. Evidentemente, alla fine, il lavoro della terra ce lo abbiamo dentro i siciliani, così come gli australiani. E poi, c’è il vino. L’elemento attraverso il quale si ravvisano le maggiori affinità tra i due Paesi. Molti pensano che il vino australiano rappresenti l’incubo degli italiani perché possiede chissà quale produttività. In realtà, non è così.
Vogliamo comparare alcuni dati tra la produzione australiana e quella siciliana? Cominciamo: 100 mila ettari di vigneti in Sicilia, 100 mila ettari in Australia; 11 milioni di ettolitri prodotti in Sicilia, 11 milioni di ettolitri prodotti in Australia. In Sicilia, i vitigni che arrivano dal mare e piantati sull’isola assumono caratteristiche particolari. Lo stesso in Australia. In Sicilia, mercanti inglesi sbarcano sull’Isola, scoprono il marsala e lo esportano a Londra e nel mondo. In Australia, mercanti inglesi sbarcano sull’Isola, scoprono il marsala e lo esportano a Londra e nel mondo. Allora, perché i siciliani temono il vino australiano? Semplice, perché gli australiani hanno cominciato a produrre vino nell’era tecnicamente avanzata delle cantine. Nessun pioniere. In realtà, c’è chi sostiene che la Sicilia, in fatto di vino, sia la madre dell’Australia. E cosa dire della cucina? Sydney è stata il punto di partenza per la fusione tra la cucina moderno-australiana e quella moderno-mediterranea, mentre Melbourne può considerarsi il centro della cucina italiana e di quella greca. Quest’anno la tendenza a Melbourne è la carne, che gli chef inseriscono sempre più spesso nel proprio menu; a Sydney è invece la cucina italiana a fare un ulteriore passo in avanti con l’apertura di un’altra dozzina di ristoranti, molti siciliani, che propongono specialità del nostro Paese. Dulcis in fundo, affinità elettive tra i Paesi anche nell’osservanza delle leggi. Anche in questa splendida nazione non mancano i trucchi per scavalcare le regole pur di raggiungere i propri obiettivi, come, per esempio, rinnovare il visto per un altro anno.
La legge australiana lo permette: basta svolgere per 88 giorni una delle professioni indicate dal governo. Raccogliere frutta o allevare animali in qualche zona sperduta del Paese, attività che gli australiani sono poco disposti a fare, come i siciliani nel proprio Paese. Chi è fortunato viene pagato, con cifre che variano dai 10 ai 25 dollari all’ora. Gli altri si devono accontentare di vitto e alloggio. Sfruttamento? Di certo le aziende locali stanno beneficiando della manodopera straniera a basso costo, così come gli italiani.
Il sistema australiano, comunque, a differenza del nostro, fornisce un percorso più semplice ai migranti che vogliono restare nel Paese per un paio d’anni. Anche qui, però, c’è un altro modo per rinnovare il visto. La strada è semplice ed è la stessa seguita da tanti stranieri in Australia. Basta andare in una fattoria, sganciare una certa cifra al proprietario della fattoria, australiano naturalmente, e farsi firmare da lui la domanda di visto in cui si dice che il lavoratore ha svolto gli 88 giorni di lavoro necessario. Se tutto va bene, in breve si riceve il nuovo visto. Il prezzo da pagare è quello di fingere di aver veramente lavorato nelle campagne australiane per tre mesi. E in questo, non manca certo ai siciliani saperlo fare.
Insomma, Sicilia o Australia, alla fine, tutto il mondo è paese.

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