Servizio idrico integrato, peggio di un colabrodo

Alfio La Rosa

Servizio idrico integrato, peggio di un colabrodo

- lunedì 13 Gennaio 2020 - 07:00
Servizio idrico integrato, peggio di un colabrodo

Il servizio idrico integrato in Sicilia, dal fallimento della privatizzazione alla gestione pubblica e integrata

Il servizio idrico integrato in Sicilia è peggio di un colabrodo.
La scarsa erogazione dell’acqua, la mancanza di depuratori delle acque reflue e la cattiva funzionalità dei pochi esistenti contribuiscono a produrre tariffe alte e servizi scadenti.

Il fallimento del servizio idrico integrato


La gestione privata dell’acqua in Sicilia è stata un fallimento sotto tutti gli aspetti. Il sistema idrico integrato non ha mai avuto un assetto definitivo. Bisognerebbe avviare una nuova gestione pubblica trasparente ed efficiente.
Non si può fare profitto sull’acqua. Per evitare ciò, basterebbe lavorare a un progetto di nuova gestione che rappresenti gli interessi di tutti.
La legge del 2015 stabilisce la creazione di 9 ambiti territoriali, composti da tutti i Comuni. Questi Comuni possono decidere a chi affidare il servizio; ad aziende pubbliche o private.

Soluzioni ipotizzate per un servizio idrico integrato migliore

La strada che la Federconsumatori Sicilia ha indicato per la gestione dell’acqua è semplice e prevede, prima di tutto, la costituzione di una Azienda Speciale Consortile; un organo che comprenda i Comuni di ogni Provincia.

Cos’è l’Azienda speciale consortile?

L’Azienda Speciale Consortile è un ente strumentale di diritto pubblico, dotato di personalità giuridica e di autonomia imprenditoriale. Ciò dovrebbe consentire ai Comuni di rimanere legittimi proprietari degli impianti e gestori delle proprie risorse. L’Azienda Speciale Consortile persegue un pubblico interesse in piena autonomia gestionale. Il suo obiettivo è quello di reinvestire gli utili nella manutenzione, nello sviluppo e nella ricerca. Tutto finalizzato al miglioramento del servizio e delle infrastrutture, ma anche alla tutela della salute e dell’ambiente. In poche parole, un’azienda aperta a lavoratori, sindacati, associazioni ambientaliste che si doterebbero di uno Statuto nato da seri studi di fattibilità giuridica, tecnica, economica e ambientale.

L’aspetto giuridico


La normativa relativa al sistema idrico integrato prevede la possibilità di recedere dal contratto di servizio quarantennale, varato nel 2004. Servizio che risale ai tempi del governo ‘Cuffaro’, con ‘Siciliacque’. Ci riferiamo alla società per azioni a capitale misto che si occupa del servizio di captazione, accumulo, potabilizzazione e adduzione.


Siciliacque fornisce circa 90 milioni di metri cubi di acqua potabile a circa 130 serbatoi comunali. Riesce a coprire l’intero fabbisogno delle province di Trapani, Agrigento, Caltanissetta ed Enna e parte di quello di Palermo e Messina. Siciliacque è per il 25% in mano alla Regione Siciliana e per il 75% a soci privati. Questi ultimi, capitanati dal colosso francese Veolia. L’azienda vende “l’acqua all’ingrosso” a 0,69 euro a metro cubo.

Tariffe salatissime

La tariffa, pur essendo approvata dall’Autorità nazionale, è tra le più care della Penisola e i costi sono aggravati dalle reti siciliane che disperdono circa il 50% di acqua.
Il processo di riqualificazione va connesso alla partecipazione dei cittadini e dei lavoratori, attraverso una democrazia partecipativa. Basterebbe attivare il Comitato consultivo permanente degli utenti, nonché il Tavolo consultivo permanente sulle tariffe. Strumenti, previsti dalla normativa regionale del 2015 e indispensabili per rendere i diritti dei cittadini siciliani più qualificati.

*Presidente Federconsumatori Sicilia

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