Il lavoro nero in Sicilia dilaga. Scaviamo in questa torbida realtà

Joey Borruso

Il lavoro nero in Sicilia dilaga. Scaviamo in questa torbida realtà

- martedì 28 Gennaio 2020 - 07:00
Il lavoro nero in Sicilia dilaga. Scaviamo in questa torbida realtà

Il lavoro nero in Sicilia dilaga, cavalcando l’onda della crisi, sovvertendo gli equilibri delle variabili principali e stringendo nella morsa la parte più fragile e più esposta: i lavoratori. In Sicilia, cifre da record. Tracciamo il profilo del fenomeno con Mario Ridulfo, segretario generale della Fillea Cgil siciliana, federazione dei lavoratori delle costruzioni

Il lavoro nero in Sicilia mette a rischio l’incolumità dei lavoratori

Aumenta il lavoro nero mettendo all’angolo quello regolare. È così che in Sicilia, l’economia sommersa ha sfruttato la crisi, cambiando gli equilibri e stringendo la morsa sulla parte più fragile: i lavoratori.
Mentre il lavoro nero in Sicilia dilaga, la maggior parte dei disoccupati è stata risucchiata dall’illegalità. Se si considera il valore percentuale del sommerso sul legale, la Sicilia è terza dietro a Calabria e Campania. Calabria, Campania, Sicilia e Puglia rappresentano le regioni dove c’è più sommerso.
Uno dei settori più colpiti in Sicilia è il settore edilizio, dove si sfiora il 40 per cento del sommerso. Il fenomeno naturalmente è legato alla crisi economica che nell’ultimo anno ha portato in Sicilia alla perdita di 35 mila posti di lavoro.

Perché il lavoro nero in Sicilia dilaga? Ne parliamo con
Mario Ridulfo, segretario generale della Fillea Cgil

Ad esaminare con L’Inchiesta Sicilia il fenomeno, Mario Ridulfo, segretario generale della Fillea Cgil siciliana, federazione dei lavoratori delle costruzioni.
 “Posso fare riferimento al centro studi CERDFOS della CGIL Sicilia – dice Ridulfo – che rielabora i dati Istat, Sicilia.
Comparando il primo trimestre del 2018 e 2019, si registra un totale di occupati pari a 1milione 347 e 1 milione 312 = -2,6%.
Disoccupati: 404 mila – 376 mila. Totale inattivi: 2 milioni 553 mila – 2 milioni 602 mila.
Non cercano e non disponibili, 1 milione 993 mila – 2 milioni.
Il tasso di disoccupazione oscilla tra il 21 e il 22 per cento. Tasso di povertà assoluta 12 per cento.
L’indice di deprivazione materiale – spiega ancora Ruffo  – misura l’incidenza di chi manifesta almeno 4 segnali di deprivazione: ma anche non potere sostenere imprevisti > 826

Il lavoro nero in Sicilia in cifre

L’ultima rilevazione Istat dell’occupazione, raffronto primo trimestre 2019 su 2018, ci consegna una regione ancora in piena crisi economica. Rivela la perdita di 35 mila posti, di cui 11 mila (14%) nel settore delle costruzioni, addetti del primo trimestre 2019. Ma nel 2008, anno di inizio della crisi economica in Sicilia gli addetti erano 170 mila. Dunque, in undici anni oltre 100 mila addetti del solo settore delle costruzioni hanno perso l’occupazione.
Se consideriamo che per ogni posto di lavoro creato
se ne generano 2,5 nell’indotto, significa che ai centomila bisogna sommare almeno altri 200 mila posti di lavoro nell’indotto.

Il lavoro grigio in Sicilia

Tutto questo alimenta da un lato il lavoro nero, non dichiarato che in edilizia viene calcolato essere il 40%; un lavoratore su due è in nero.
Dall’altro lato alimenta il lavoro grigio, cioè quello sottopagato con contratti a partita iva, collaborazioni, oppure anche se con contratti subordinati, con meno ore dichiarate.
“Naturalmente – sottolinea il sindacalista – il fenomeno del lavoro nero è collegato, insufficienti iniziative di contrasto e di lotta da parte degli organi preposti. In primis – ribadisce – della Regione Siciliana, che per statuto e per legge ha esclusiva competenza in materia di attività ispettiva e di vigilanza.
Questo vale anche per tutte le attività economiche, dall’agricoltura, all’agroindustria, il terziario e i servizi, compresa la ristorazione e il turismo.

Il lavoro nero in Sicilia prevede i pagamenti sottobanco

E’ una scelta irresponsabile – conclude – che non solo aumenta i rischi per la salute, ma consegna al mercato migliaia di persone.
Un laissez-faire che evidentemente ritiene come costo sostenibile i tre morti al giorno sul lavoro in Italia.
Una azione di repressione è indispensabile per garantire salute e sicurezza”

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