Regionalismo differenziato

Patrizia Romano

Regionalismo differenziato

- lunedì 24 Febbraio 2020 - 07:00
Regionalismo differenziato

Il Regionalismo differenziato rimane ancora un concetto astratto, aleatorio e, quanto mai, confuso. Perché? Ne parliamo con Andrea Piraino, professore di Diritto Comparato presso la facoltà di Giurisprudenza di Palermo

Nonostante negli ultimi tempi, abbia catalizzato l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, in maniera preponderante, il regionalismo differenziato rimane ancora un concetto astratto, aleatorio e, quanto mai, confuso.
Le procedure formali che avrebbero dovuto dargli vita, sono ancora in itinere. Infatti, la norma costituzionale sul regionalismo differenziato, non ha trovato alcuna attuazione.
Perché?
Forse, le ragioni vanno cercate nella storia. Il nostro è un Paese storicamente segnato da una profonda diseguaglianza tra una regione e l’altra. Tant’è che, ogniqualvolta viene focalizzato il rapporto tra Sud e Nord, la tensione demagogica diventa alta.
L’unica cosa certa è che con il regionalismo differenziato, le Regioni a Statuto ordinario otterrebbero maggiore autonomia.

Impatto del Regionalismo differenziato

Immaginiamo, quindi, l’impatto che il processo di autonomia avrebbe sull’intero sistema nazionale. Impatto, che apre un dibattito delicatissimo e incrina profondamente gli equilibri interni all’esecutivo. L’autonomia rappresenta, infatti, un elemento decisivo per la legittimazione delle forze di governo. Non a caso, continuano a battersi per un approccio fortemente territorializzato.

Andrea Piraino

Il Regionalismo differenziato secondo Andrea Piraino, docente di Diritto Pubblico Comparato


Abbiamo affidato l’analisi di questo complicatissimo concetto ad Andrea Piraino, docente di Diritto Pubblico Comparato presso la facoltà di Giurisprudenza di Palermo.

Professore, cos’è il Regionalismo differenziato?
Il regionalismo differenziato è la nuova condizione in cui, in base all’art. 116 comma 3 della Costituzione, si verrebbero a trovare le regioni ordinarie che raggiungessero una intesa con lo Stato per il riconoscimento, in loro favore, di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia concernenti le materie di cui al terzo comma dell’art. 117” ed alcune altre materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo.

Perché, sino a ora, la relativa riforma non ha avuto attuazione?
Perché dopo la riforma costituzionale del 2001, l’indirizzo che via via si è affermato, anche a causa di una certa giurisprudenza della Corte costituzionale, è stato di un progressivo ritorno al centralismo dello Stato. E, quando finalmente per iniziativa delle regioni Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna si è in qualche modo invertita la tendenza di un irrefrenabile egoismo territoriale delle medesime.

L’autonomia differenziata potrebbe mai rappresentare un volano per il sistema delle autonomie?
L’autonomia differenziata potrebbe essere un vero e proprio motore per rilanciare le autonomie, a patto, però, che venisse declinata secondo il modello cooperativo e solidale previsto dalla Costituzione e non secondo una logica individualistica ed autoreferenziale di ogni singola regione.

Regionalismo differenziato eterogeneo

Alcune Regioni hanno avviato il mandato ai propri presidenti di fare richiesta al Governo di autonomia. Altre, no.
Sembra si stia configurando un regionalismo differenziato molto eterogeno.
Come mai? E a cosa porterà?

Il fatto che alcune regioni abbiano avviato il meccanismo di riconoscimento dell’autonomia differenziata ed altre no (ma, in verità, solo due) non deve meravigliare. Perché l’autonomia consiste proprio in questa possibilità di differenziazione. Quindi è assolutamente fisiologico che le regioni si muovano in ordine, per così dire, sparso. Piuttosto, deve criticarsi che quasi tutte si siano mosse, facendo richiesta di avere riconosciute tutte o la maggior parte delle materie previste dal secondo e terzo comma dell’art. 117.
Ciò significa che non sono le particolari condizioni di organizzazione e funzionamento in cui ogni singola Regione si trova in ordine all’una o all’altra materia a spingere per il riconoscimento di maggiore autonomia da parte dello Stato, ma la pretesa di quasi tutte le regioni, in particolare le più ricche, di potere mantenere per sé tutto il loro gettito fiscale. Naturalmente, se si dovesse attuare secondo questa ‘filosofia’, il regionalismo differenziato distruggerebbe l’unità della Repubblica, perché farebbe emergere non un ordinamento cooperativo e collaborativo tra le varie parti del Paese, ma un coacervo di soggetti regionali in competizione fra di loro per affermare esclusivamente i propri interessi.

Carattere eversivo del Regionalosmo differenziato

Pensa che con il regionalismo, il sistema delle autonomie ne risulterà migliorato?
Se l’art. 116 comma 3 verrà attuato correttamente e, cioè, secondo una logica comunitaria ed unitaria, io penso che il regionalismo differenziato potrebbe costituire una leva importante per la riorganizzazione del Paese e l’apertura di un nuovo ciclo di sviluppo.

Non ha, dal punto di vista costituzionale, un carattere un po’ eversivo? Non va a contrastare con il principio di unità e indivisibilità della Repubblica di cui parla la stessa Costituzione?
Il problema è come il regionalismo differenziato sarà attuato. Se lo sarà correttamente, secondo quanto previsto dalla Costituzione all’art. 116 comma 3, non solo non sarà eversivo e non intaccherà il principio dell’unità e indivisibilità della Repubblica, ma lo declinerà nella maniera moderna che oggi richiede l’evoluzione del sistema istituzionale.

Influenza sulla Sicilia

Quanto e in che termini, il regionalismo differenziato influirebbe sulla Sicilia?
L’impatto del regionalismo differenziato sulla Sicilia e le altre regioni a statuto speciale dipenderà in maniera decisiva dal fatto che, se dovesse essere attuato a prescindere dal rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) e si dovesse abbandonare il principio della perequazione finanziaria ed infrastrutturale, i risultati sarebbero negativi. E, quindi è evidente che la sua incidenza sarebbe disastrosa.

Storicamente, il concetto di Statuto Speciale nelle cinque regioni autonome nasce dal fatto di trovarci di fronte regioni periferiche con un’economia debole. Ma, nelle altre Regioni, dove si appoggerebbe questa necessità di autonomia?
Come accennavo prima, la ragione del riconoscimento di maggiore autonomia, secondo me, dovrebbe derivare solo dalla capacità dimostrata dalla regione richiedente di esercitare con maggiore efficienza, efficacia ed economicità le funzioni inerenti le materie richieste. Fuori da questo presupposto siamo ad una mera rivendicazione di potere.

Neutralità perequativa

Il regionalismo differenziato dovrebbe mantenere una neutralità perequativa. Nella realtà, la rivendicazione di nuove funzioni implica la pretesa di trattenere una rilevante quota delle imposte del proprio territorio. Pertanto, avrebbero le stesse prerogative delle Regioni a Statuto Speciale. Questo non potrebbe alimentare tensioni fra regioni ricche e regioni più povere?
Le tensioni tra regioni ricche e regioni povere si determineranno se, alla volontà di gestire meglio dello Stato le materie richieste si sostituirà, come reale motivo dell’autonomia, la volontà di mantenere per intero o per la maggior parte il reddito fiscale che la regione interessata produce nel proprio territorio, venendo così meno agli obblighi di solidarietà che la legano alle altre regioni.

Maggiori spese?

Lombardia, Veneto ed Emilia rivendicano un ampliamento delle competenze regionali in materie, storicamente, di pertinenza dello Stato.
Questo ampliamento delle competenze comporterebbe un aumento degli oneri amministrativi. Di conseguenza, bisognerebbe prevedere maggiori spese e reperire ulteriori risorse per il loro finanziamento?
Le competenze statali che le regioni Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna rivendicano dovrebbero implicare, all’incontrario, una gestione più economica e quindi richiedere minore spese e risorse.

E’ emerso che per i primi tre anni, le risorse verranno distribuite equamente, ma successivamente, il fabbisogno sarà ripartito con quote fisse. Ciò significa che, rispetto ad un nord che cresce, la Sicilia subirà un drastico taglio dei fondi.
In realtà, il meccanismo finanziario penalizzante per la Sicilia, così come per le altre regioni del Sud, è quello della ‘spesa storica’. Ma certo, se si dovessero applicare i costi standard, senza la previa definizione ed applicazione del LEP, la Sicilia subirebbe un notevole taglio di fondi.

E su gap tra Nord e Sud

Quanto il regionalismo differenziato contribuisce ad acuire il gap con il Nord Italia?
Non si può dire a priori. Anzi, si deve affermare che esso non può costituire motivo di incremento del gap che ci separa dal Nord Italia.

Lei ha parlato della necessità di realizzare un Patto nazionale che argini il regionalismo differenziato che, di fatto, rappresenta un elemento destabilizzante per la Sicilia
Si, sono convinto che solo un patto nazionale, che coinvolga tutto il mondo delle autonomie per dare unitarietà alla politica del Paese e far capire che quest’ultimo può competere a livello europeo e globale solo se si rafforza come sistema unitario, può fare rinascere l’Italia e la Sicilia. Non certo se singole regioni pensano di poter fare per conto proprio, rompendo l’unità del Paese e marginalizzando le parti più deboli come la Sicilia.

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