Il profumo della normalità

Gabriella Scaduto

Il profumo della normalità

- martedì 17 Marzo 2020 - 07:10
Il profumo della normalità

Il Coronavirus cambia le nostre percezioni e le nostre abitudini. Ma le cambierà per sempre? Quando e come torneremo alla nostra normalità?

Ricordate la celebre fiaba della Walt Disney La bella addormentata nel bosco? La principessa Aurora viene punta dal fuso, irrimediabilmente svenendo. Le tre fate, allora, nella ricerca di una soluzione, decidono di fermare tutto spruzzando polvere di sonno e inducendo un profondo torpore su tutti gli abitanti del regno. Calerà da quel momento su di essi la penombra.
Questo passo della storia mi ricorda tanto ciò che la nostra società sta vivendo in questo momento a causa dell’emergenza sanitaria legata al Coronavirus. Abbiamo sentito calare una cappa scura sopra le nostre teste, scatenando misture emotive perverse, che ci hanno reso più fragili di quanto potessimo immaginare. Paura e angoscia di contaminazione hanno prodotto in molti un effetto paralizzante che ha privato tante volte di lucidità i loro pensieri. E chi era già psichicamente fragile, si è riscoperto ancor più vulnerabile.

Panico collettivo

Lo scrittore Thomas Mann diceva a tal proposito che quando un pensiero ti domina lo ritrovi espresso dappertutto, lo annusi perfino nel vento. Così, non sono mancate scene di panico collettivo e, di seguito, comportamenti irrazionali, come le inutili corse ai supermercati. Intanto, scuole e attività sono state chiuse e siamo rimasti dentro casa. Niente più baci e abbracci, ma al loro posto una distanza fisica che si interpone tra ciascuno di noi e l’altro – precauzionale – che fortunatamente non riesce ad erodere il senso profondo delle nostre relazioni. Stiamo riuscendo infatti, nonostante tutto, a stringerci l’uno all’altro nella condivisione di questo enorme disagio, seppur a distanza, salvaguardando la dimensione affettiva.
Sono state “sospese” persino la vita e la morte: battesimi e matrimoni rinviati, funerali con i soli familiari stretti del defunto. Cessano in altre parole tutti quei rituali ricchi di significato che consentivano di essere e fare “Comunità”, che rendevano cioè possibile e visibile la partecipazione alla gioia e al dolore dell’altro.

Desiderio di consuetudini

Attratti e affascinati come eravamo fino a qualche tempo fa dall’eccezione, che si poneva nell’immaginario collettivo come congeniale alternativa alla normalità – intesa spesso come sinonimo di noia e monotonia – oggi ci ritroviamo, dunque, ad arrancare in una realtà che assume sempre più contorni drammatici su vari fronti – economici, sociali ed emotivi – e che rende inutile la ricerca dell’eccezione stessa.
Ciò che dunque viene fortemente minata è la normalità, concetto da sempre relativo, vero, ma che oggi, alla luce di quanto sta accadendo, assume una valenza più assolutistica, in cui il pensiero di tutti converge in un’unica direzione, quella di poter tornare ad uno status quo ante, fatto di regolarità e consuetudini, dove, se ci si avvicinerà agli altri, non ci si dovrà sentire più travolti da un inesorabile senso di annichilimento. Il concetto di normalità si riempie allora di un nuovo significato, diverso, più positivo rispetto a prima, quando eravamo “assuefatti” dalla dolce e allo stesso tempo snervante routine.

Coronavirus e normalità

Per questo mi sono chiesta di cosa saprebbe la normalità, se avesse un profumo. Così, ho chiesto in giro tra i miei pazienti… Di una margherita in primavera, del mare di settembre, di un bosco dopo la pioggia di aprile e ancora di menta selvatica. Tutte essenze che rimandano in qualche modo ad un altro concetto, la freschezza e dunque la libertà. Vien da sé che normalità e libertà oggi facciano parte di un meraviglioso binomio, che attendiamo bramosamente di poter rivivere. Ma quando questo momento arriverà, dobbiamo chiederci, chi saremo? Cosa sarà cambiato in ciascuno? Se ci riflettiamo, infatti, finchè tutto era lontano dal nostro Paese, dunque circoscritto alla Cina o comunque alla zona asiatica, eravamo tanti spettatori passivi, quasi scettici… sembrava uno di quei film americani catastrofici che mandano in TV, che mette sì un po’ d’angoscia addosso, ma di cui attendiamo una fine, magari anche lieta. Quando, tuttavia, i telegiornali ci hanno informati del cosiddetto paziente 1 in Italia, si è compreso che qualcosa di inesorabile stava accadendo e che ciò ci avrebbe riguardato molto da vicino.

Eventi in rapida evoluzione

Nei giorni successivi, come ben sapete, è stato un precipitarsi di eventi, notizie, provvedimenti, decreti, bollettini di morte sempre meno incoraggianti. Tutto nel giro di pochi giorni, tutto senza che potessimo dare un significato compiuto, tutto senza il tempo fisiologico di poter elaborare cosa ci stesse travolgendo. Come uno tsunami, troppo velocemente. E non è ancora semplice, a distanza di due settimane, riuscire a ricostruire con esattezza i contorni di quanto sta accadendo poiché il fenomeno è ancora in divenire. E se ancora prevale per molti versi l’ignoto, e dunque la possibilità di elaborare il susseguirsi degli eventi, di contro crescono stati d’animo contrastanti in cui prevale ansia, paura, disorientamento, senso di impotenza, speranza e voglia di farcela. Per questo dobbiamo porci la domanda, una volta che tutto questo finirà (perché finirà!) chi siamo, ossia come ne saremo emotivamente usciti da questo complesso periodo. Ognuno di noi dovrà cercare di connettersi con le parti più profonde di sé stesso, guardandosi dentro senza troppe paure, e comprendere se il ritorno ad una vita normale basterà per riattivare le nostre parti più vitali. O se percepiremo dentro di noi parti doloranti, rimaste emotivamente nevralgiche, che richiedono una nostra attenzione.

Solchi di paura nelle nostre anime

Tutto dipenderà dalla nostra capacità di essere resilienti oggi nel fronteggiare questo momento stressante e per molti versi traumatico. Dal grado di fragilità che ognuno di noi – nessuno escluso – ha insito in sé, nonché dalla nostra capacità di “riabilitarci” alla normalità quando essa meravigliosamente farà il suo ritorno. Molti di noi danno infatti per scontato che questo passaggio avverrà in maniera semplice e automatica, ma non sarà così poiché dopo aver dovuto stravolgere azioni, comportamenti e stili di vita, solchi di paura rimarranno per un certo periodo di tempo dentro di noi. Accadrà allora ad esempio, che prima di poter dare un nostro primo abbraccio ad un’altra persona con cui non siamo stati a contatto fisico da tempo, un piccolo sistema d’allarme si attiverà nella nostra mente pochi istanti prima. Spetterà a ciascuno di noi gestire e ridimensionare tale sistema interno.
Una cosa è certa. Così come nella fiaba de La bella addormentata nel bosco tutta la corte del regno sconfiggendo il mostro si destò, anche noi riabbracceremo la nostra vita di sempre, ma dovremo farlo con estrema consapevolezza.
Dr.ssa Gabriella Scaduto, psicologa e psicoterapeuta a Palermo

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