Coronavirus e la rivoluzione digitale 

Claudia Ferreri

Coronavirus e la rivoluzione digitale 

- mercoledì 22 Aprile 2020 - 07:00
Coronavirus e la rivoluzione digitale 

Da Smanettoni dei social ad analfabeti digitali, come il lockdown ha catapultato milioni di persone nella realtà digitale. Molti preparati (sicuramente i Millenials ed i nativi digitali) ma moltissimi no! Coronavirus e la rivoluzione digitale 

La terribile pandemia da Coronavirus ha costretto il mondo a prendersi una pausa. L’isolamento domiciliare a causa del lockdown ha chiaramente attivato una migrazione di massa verso il mondo digitale: vita, lavoro, scuola ed affari. Una rivoluzione che in parte era già in atto, ma che il Covid-19 ha accelerato vorticosamente.
Tutto ciò ha messo in evidenza molti benefici. Un ambiente più pulito, nuove possibilità di comunicazione e un accesso più agevole ai servizi pubblici e ai contenuti culturali. Pure un migliore servizio sanitario, perché permette di lavorare e ricercare in tempo reale, creando un’unica comunità per il contrasto al virus. Ma ha pure evidenziato diverse criticità inerenti la riservatezza e la sicurezza, la carenza di accesso a Internet,  capacità adeguate e accessibilità per tutti.

UNA COMUNICAZIONE COMPATTANTE IN UN’ANALISI DI FRANCESCO MANGIAPANE, SEMIOLOGO

Francesco Mangiapane

Una cosa è certa: l’isolamento  sta fornendo una diversa consapevolezza dei nostri stili di vita. E nei social media, presi d’assalto ancor più di prima,  è emerso  proprio questo. C’è chi li ha usati per cantare, per fare fitness, per imparare/insegnare a cucinare. Ribalta voyeuristica sì, ma con una accezione di normalità, dove i miti quasi si umanizzano. 

Per Francesco Mangiapane, semiologo: “dal punto di vista comunicativo, la crisi del Coronavirus ha costituito una sorta di compattamento dell’opinione pubblica, intorno ad alcuni temi forti che in altri momenti sarebbero stati considerati come altamente divisivi. Basti pensare a come è cambiato l’orientamento del pubblico dibattito nei confronti della parola della scienza, prima messa duramente in dubbio (per esempio nei primi giorni della crisi quando alcuni sostenevano che si trattava di una patologia paragonabile a un’influenza) e poi poderosamente affermata. E ciò, sia dal punto di vista delle discussioni online e mediatiche in genere che dal punto di vista dei comportamenti effettivamente tenuti (per lo più rispettosi della quarantena) dai cittadini”.


Hearst Italia

“Il barometro delle conversazioni online sul coronavirus messo in piedi da Hearst Italia – continua Mangiapane – mostra come le ristrettezze imposte dal regime di quarantena siano all’inizio state accolte con un senso di angoscia e di pessimismo. A questi sentimenti negativi sono, poi, subentrati atteggiamenti di gratitudine per i tanti eroismi che si sono rivelati da parte delle “corporazioni” coinvolte nella lotta al virus (medici, infermieri etc.). D’altra parte, si è visto che è progressivamente cresciuta una certa consapevolezza della capacità di reagire alla crisi imposta dal virus. Più generalmente mi sembra che questo periodo di quarantena sia vissuto con una sorta di crescente tensione messianica: la “sofferenza inutile” data dalla tragica morte dei tanti ammalati, ma anche determinata dai sacrifici di tutta la popolazione sta progressivamente determinando nelle conversazioni online un’aspettativa di cambiamento, con l’idea che di questo capitale simbolico bisognerebbe fare tesoro, per cambiare radicalmente”.

Il consumismo sfrenato

Si leggono in giro appelli alla fine del consumismo sfrenato, alla dismissione di atteggiamenti poco rispettosi dell’ambiente e degli animali etc. Specchio di questo nuovo sentimento comune è anche il fatto che generalmente si siano abbassati i toni della polemica politica e che, qualora alcuni leader abbiano continuato sul versante della polemica strumentale, essi siano stati duramente criticati e messi ai margini del dibattito. Mi sembra che tutto ciò possa essere letto anche come desiderio di affrancamento di comportamenti poco responsabili “precrisi” che, una volta passata questa brutta esperienza, ognuno di noi vorrebbe lasciarsi alle spalle, dimostrando di avere imparato qualcosa dal nonsenso della malattia”. 

DAD: LA DIDATTICA A DISTANZA IN UN’ANALISI DI MILA SPICOLA, INSEGNANTE E PEDAGOGISTA. – UNA LENTE DI INGRANDIMENTO SULLA SCUOLA –

Mila Spicola

Il lockdown ha catapultato il sistema scolastico (docenti, alunni e famiglie) in una nuova visione didattica, che fino a ieri era un’eccezione, oggi è la quotidianità: la DAD (didattica a distanza). Una modalità che ha fatto emergere il grossissimo divario tra scuole in varie parti d’Italia, ma anche un po’ di carenze nella didattica digitale da parte dei docenti.  L’abbiamo chiesto a  Mila Spicola, insegnante e pedagogista.

“Ogni crisi è un’opportunità, ed è così che dobbiamo considerare questo tempo sospeso in cui ci stiamo trovando. Vale per tutti gli ambiti e vale anche per la scuola, vantaggi e svantaggi, reazioni e lentezze sono osservabili in qualunque ambito, specialmente per i sistemi complessi quali sono la scuola o la sanità. In pochissime settimane comunque la scuola ha agito e reagito. Il 90% degli studenti è raggiunto dalle scuole, il 72% delle famiglie ha un giudizio positivo e 9 studenti su 10 promuovono i loro docenti. Lo sforzo è stato enorme e lo vedono, come lo vedono i loro genitori.

La scuola entra in casa

La scuola è entrata dentro le case e le famiglie a loro volta sono entrate nelle case dei docenti. Un inedito. Questo vuol dire che va tutto bene? No. Vuol dire che comunque il sistema c’è e, nelle condizioni date non era scontato. I problemi sono quelli rilevati da più parti: il divario sociale che comporta divari di accesso alla rete o di possesso di dispositivi, innanzitutto, a cui il governo sta tentando di ovviare stanziando fondi per la connessione e l’acquisto dei device digitali. I limiti che porta con sé la didattica a distanza, che non è alternativa alla didattica in aula ma è in questo momento l’unica cosa che possiamo fare. Ed è un’altra cosa.

La didattica a distanza evidenza le criticità della scuola

E poi, il fatto che la didattica on line stia mostrando tutte le criticità della scuola, con un elenco di interrogativi irrisolti che oggi stanno lì sul tavolo e sono oggetto di confronto e discussione, è positivo. Perché se si parla di insufficienti competenze digitali dei docenti, il discorso lo si allarga alle insufficienti competenze pedagogiche e didattiche fornite dal sistema di formazione e selezione dei docenti in Italia, competenze che per alcuni sono superflue, basta sapere per insegnare, per altri, me compresa, sono essenziali. E allora, affermare che la didattica tradizionale oggi con la dad non si possa replicare on line significa per alcuni, non vedo l’ora di tornare a fare lezione-verifiche-valutazione come sempre in classe. E lì si che è scuola, in cui al centro del processo in fondo è il docente. Per altri invece significa mettere in crisi quel modello, che non funziona benissimo oggi, e riflettere su altri modelli. Anche tornando in classe. Perché con la didattica on line, si stanno mettendo in crisi processi già obsoleti.

Con la dad, lo studente è al centro

Passare da una scuola fondamentalmente trasmissiva a modelli “attivi” di coinvolgimento, in cui il centro è lo studente e le sue capacità di apprendere, di essere coinvolto, di produrre non solo di riprodurre, di maturare dunque motivazioni intrinseche al sapere e alle conoscenze. Cosa che altrove si fa e permette di migliorare apprendimenti e relazioni studenti-docenti, ovvero studenti-conoscenza. Sono temi profondi, pedagogici, da professionista dell’insegnamento. Il digitale non reca solo implicazioni concrete e/o organizzative. Dove studio, con quale connessione, sono ricco, sono povero, ho l’accesso, sono raggiunto. Sono tutti problemi a monte. Direi diritti da assicurare a tutti. Ma aiuta a far riflettere la scuola e i docenti su se stessi. Su come si intende il sapere e come si vogliono stimolare studenti e studentesse. Ciò non per ottenere promozioni o certificazioni, ma per ottenere il governo di se stessi e del mondo attraverso le conoscenze. Il digitale è un oggetto, un coltello. Non ha valore in sé ma per come lo si usa e come lo si sa maneggiare.

Il ruolo della pedagogia

E può fungere da facilitatore se si governa bene non solo la tecnologia, ma la pedagogia. Molti docenti lo stanno comprendendo, ma non possiamo affidare tutto ciò alla discrezionalità o alla solitaria volontà. In vista della ripresa, devono prendersi tante decisioni organizzative, logistiche, economiche per mettere tutti gli studenti e studentesse nelle stesse condizioni di accesso. Però, ci voglio azioni strutturali e organizzate di formazione pedagogica non solo tecnica sulla didattica, digitale o reale che sia. In modo da favorire non solo l’accesso ma il successo formativo. A settembre forse si tornerà in aula, ma niente sarà più lo stesso, perché già non è lo stesso. E’ un’opportunità, certo, da cogliere”.

HATER, FAKE NEWS, CYBER RISCHI E SECURITY IN UN’ANALISI DI FRANCESCO PASSANTINO; RICERCATORE, CONSULENTE E FORMATORE ICT

Questa massiva migrazione sulla Rete ci ha reso anche appetibili ai cyber criminali. Quali sono i rischi legati alla crescita del traffico in Rete e all’utilizzo di E-learning, smart working telelavoro, e-payments e cosa fare per tutelarsi ce lo spiega Francesco Passantino, Ricercatore, Consulente e Formatore ICT

Le app più scaricate

“ Confrontando la classifica delle app più scaricate un mese fa e adesso, osserviamo due flussi diversi. Il primo è “l’iniziativa dei millenial”. Questi, oltre agli strumenti per l’e-learning, per combattere l’isolamento sociale hanno ampliato l’uso di tante cose. Per esempio, dell’instant messaging, dello streaming online, e dei servizi offerti da supermercati online, food delivery ed e-commerce. Il secondo flusso, più recente, è “la rivincita dei boomer” che lentamente hanno installato app per lo smart working e gli esercizi fisici a casa. Inoltre, hanno iniziato a curare gli aspetti più burocratici della crisi con i pagamenti online. E, poi, la carta di identità elettronica, SPID e l’INPS (no, non sono stati gli hacker).

L’intervento dell’Unione Europea

Per evitare la saturazione della banda larga, dovuta al sovra- utilizzo dei servizi online, l’Unione Europea è stata costretta ad intervenire. Ha chiesto, infatti, ai fornitori di servizi in streaming di diminuire il bitrate, la qualità dei video che riceviamo. A dimostrazione che anni di interventi nel settore, in particolare nelle aree extraurbane (isole, rurali, montane) non hanno ancora colmato il digital divide con le metropoli tecnologicamente più avanzate. Nel frattempo l’ISTAT ci ha informato che nel Mezzogiorno il 41,6% delle famiglie è senza computer in casa. In questi casi, l’unico strumento per accedere alla rete è lo smartphone. Però, la risposta degli operatori mobile, nello sviluppare tariffe ad hoc per aumentare facilmente i gigabyte da consumare, è stata timida e non adeguata all’emergenza.

Solidarietà digitale

Neanche il piano del Ministro per l’Innovazione, denominato “solidarietà digitale” https://solidarietadigitale.agid.gov.it/#/, è generoso quanto dovrebbe essere. Nasconde opportunità commerciali future per le imprese che mettono a disposizione servizi, sempre a caccia di contatti.  L’ingresso dei nuovi abitanti nella Rete, che come una novella Matrix toglie gli umani dalle città, aumenta le opportunità per sciacalli e hater. Questi, infatti, fanno festa, profanando la sicurezza, installando malware, raccogliendo fondi in modo fraudolento, propinando fake news, violando la privacy e rubando i dati tramite i social network (le operazioni matematiche con i disegni e “quanti triangoli vedi”, altro non sono che nuove Cambridge Analytica).

E’ importante l’aggiornamento

Per difendersi, basta tenere aggiornati i sistemi e documentarsi online dando fiducia alle fonti autorevoli. Inoltre, non fornire password o fotografie agli sconosciuti e non seguire le catene.
Riconoscimento facciale, droni e app per il tracciamento delle persone, una sorta di braccialetto elettronico per prevenire il contagio, potrebbero portare nuove falle nel difficile equilibrio tra privacy e salute.
Una ulteriore preoccupazione è rappresentata dal dominio delle multinazionali. Sempre avide di dati e profilazioni. Ciò è derivante dalla rinuncia alla competizione innovativa nell’ambito ricerca e sviluppo nel settore “Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione”. Sia in Europa in generale ed in Italia in particolare. L’epidemia, che ci ha costretto al #restateacasa, ci fa capire l’importanza e l’efficacia di strumenti alternativi rispetto alla “presenza” a cui siamo tutti abituati.


Il lockdown, banco di prova

Il lockdown sta rappresentando, quindi, un importante banco di prova. A causa di questo virus non torneremo indietro così facilmente. E non metteremo nel cestino queste app, questi servizi diventeranno un modo aggiuntivo per fare formazione, per lavorare, per risparmiare tempo e vivere meglio. Finita l’emergenza ripensiamo agli investimenti in tecnologia. Così, come ai contratti di lavoro. Ma anche ai piani di studio. E, infine, alla burocrazia (ci voleva il Covid-19 per sbloccare la “ricetta elettronica”?), come hanno già fatto da tempo le nazioni più avanzate della nostra. Tutto questo, per affiancare alle metodologie tradizionali quelle moderne. Che, poi, sono quelle che hanno sostenuto l’attività dei nostri lavoratori, la crescita dei nostri studenti e l’interazione dei nostri cittadini nella situazione di urgenza. E, sicuramente, continueranno a farlo durante i periodi di relativa tranquillità”.

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