Matrimoni fragili

Redazione

Matrimoni fragili

- mercoledì 01 Luglio 2020 - 07:00
Matrimoni fragili

Sempre più frequenti sono i casi di crisi che si concludono in separazioni e divorzi. Cosa fare per prevenire i matrimoni fragili

Matrimoni fragili. Ci si sposa e si affronta il matrimonio attendendosi una totale soddisfazione dei propri bisogni affettivi, più che per donarsi all’altro.
La crescente e preoccupante fragilità delle unioni coniugali è poi accresciuta dallo scarso impegno nella fede di molte coppie. Queste ricorrono alla cerimonia in chiesa in modo non pienamente convinto e lasciandosi trasportare da un rito più folkloristico che propriamente religioso.
Anche se l’Italia mostra valori più bassi per numero di divorzi, non è irragionevole aspettarsi una crescita del fenomeno in tutto il Paese.
Per questi motivi, si è sentita l’esigenza di itinerari di preparazione al matrimonio-sacramento, che possono evitare fallimenti coniugali e, inevitabilmente, personali.

Il matrimonio secondo la Chiesa

Nel discorso ai vescovi cardinali del 1992, Giovanni Paolo Secondo affronta la delicata questione della famiglia nella società di oggi e dei divorziati risposati. “La salvaguardia della famiglia quale seme della società – ha detto in quell’occasione il pontefice – è affidata alla vostra particolare cura. Unioni irregolari dal punto di vista religioso e del diritto civile, come il cosiddetto matrimonio di prova e i rapporti liberti nuocciono all’istituzione della famiglia. Ogni nostro simile, comunque, ha bisogno della nostra assistenza spirituale, come i divorziati risposati, cui deve andare la sollecitudine affettuosa della Chiesa. Tuttavia, questo non si può realizzare fuori dal quadro fissato dal diritto e dal magistero della Chiesa, che è custode dei sacramenti istituiti da Cristo”.
Importantissimo riferimento normativo è la nota pastorale del 1979. Pubblicata congiuntamente dalla commissione per la dottrina della fede, la catechesi, la cultura della commissione per la famiglia della conferenza episcopale italiana.

La partecipazione dei divorziati alla Chiesa


La nota evidenzia prima di tutto un fatto assai importante: la partecipazione dei divorziati risposati alla comunione della chiesa. Si legge, infatti, al numero 16. “In forza del battesimo che imprime il carattere indelebile di membri del corpo di Cristo che è la Chiesa e in forza di una fede non totalmente rinnegata, i divorziati risposati sono e rimangono cristiani e i membri del popolo di Dio. Non quindi del tutto esclusi dalla comunione con la Chiesa. Anche se per il loro stato di vita non si trovano nella necessaria pienezza della comunione ecclesiale”.

Non bisogna esprimere giudizi

Forte è poi l’invito rivolto a tutti di non esprimere giudizi, lasciando a Dio questo onere. “I discepoli del Signore nel qualificare la situazione dei divorziati risposati come disordinata, non giudicano l’intimo delle coscienze. Solo Dio vede e giudica. I credenti lasciano volentieri alla Sapienza e all’amore del Signore il giudizio sulla responsabilità personale di quanti sono travolti da non facili situazioni matrimoniali”.
La partecipazione della Chiesa come comunità è poi un fattore decisivo. Viene stabilito che la comunità cristiana deve essere per loro di aiuto. Ciò in modo che, anche nella loro particolare situazione, possano partecipare alla vita di fede e di carità della comunità. I divorziati risposati, e tutti coloro che vivono una seconda Unione, nell’educare i figli svolgono una forma primaria di servizio alla Chiesa e alla società. Inoltre, possono prendere parte a incontri di catechesi e alle celebrazioni penitenziali non sacramentali.

Situazioni irregolari


Permane, tuttavia, l’irregolarità della situazione. Situazione per la quale non solo non possono ricevere l’assoluzione e accedere alla comunione, ma non possono neppure svolgere quei servizi in comunità. Ci riferiamo ai servizi che esigono una pienezza cristiana. Tra questi, il ministero di catechista e l’ufficio di padrino per il sacramento del battesimo e della confermazione.
La chiesa oggi a differenza di un ieri molto recente, non chiede la separazione delle nuove coppie formatesi come seconda Unione estranea al matrimonio. E non li considera come in passato, bigami. Il problema, però, resta, perché non si intravede una chiara definizione della faccenda. Questa particolare categoria di fedeli è, comunque, figlia di Dio, battezzata in seno alla sua chiesa, quindi parte della comunità ecclesiale. Nello stesso tempo, la loro non è una comunione piena. Essa è svuotata da una parte importante. Per esempio, la comunione con Cristo e il servizio in una comunità a cui non si è mai stati estromessi.
Si è di fronte ad una scissione tra la considerazione che la chiesa ha delle nuove unioni e come le stesse percepiscono la loro situazione.


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