Ludopatia, ovvero quando la vita diventa una slot machine

Gabriella Scaduto

Ludopatia, ovvero quando la vita diventa una slot machine

- martedì 07 Luglio 2020 - 07:00
Ludopatia, ovvero quando la vita diventa  una slot machine

Qualunque forma di dipendenza patologica trova terreno fertile in soggetti emotivamente fragili, spesso con esperienze traumatiche alle spalle, in cui convivono il vuoto interiore e una totale assenza di consapevolezza del problema

Parliamo di ludopatia. L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha reso disponibile la pubblicazione dei dati principali sul mercato del gioco d’azzardo legale in Italia, riportando come volume di denaro giocato dagli Italiani solo nel 2019 un valore che si attesta oltre i 107 miliardi di euro. Parliamo dunque di cifre stratosferiche dietro le quali si cela un fenomeno sociale dalle enormi dimensioni e all’interno del quale si racchiudono centinaia di drammi familiari ogni anno.

La ludopatia è un disturbo

Il Disturbo da Gioco d’Azzardo rappresenta, in questo quadro socio-economico, la massima espressione di un disagio profondo che vede coinvolte in maniera trasversale un po’ tutte le fasce sociali. Dai più ricchi ai più poveri. La ludopatìa, non a caso, viene inclusa nell’ultima edizione del Manuale Diagnostico Psichiatrico tra i disturbi da uso di sostanze. Molte ricerche svolte negli ultimi anni hanno infatti dimostrato l’accostamento di tale disturbo alla dipendenza da sostanze (droghe o alcool), sia dal punto di vista sintomatologico che dal punto di vista cerebrale (attivazione delle medesime aree del cervello in entrambe le patologie a seguito di TAC e Risonanze magnetiche). In altre parole, lo stato di euforia e di eccitazione del giocatore d’azzardo durante il gioco sarebbe paragonabile a quello prodotto dall’assunzione di droghe.

Non c’è un “gioco responsabile”

Conviene che nessuno slogan dello Stato italiano che inneggia al gioco responsabile potrà mai dissuadere le persone affette da Disturbo da Gioco d’Azzardo dall’interrompere definitivamente questa pratica. Non si può chiedere, in altre parole, a chi è affetto da tale tipo di dipendenza di giocare responsabilmente e dunque consapevolmente, poiché dietro tale comportamento esiste un impulso irrefrenabile che non tiene conto nè di bilanci economici, nè di ragionamenti razionali che valutino le possibili conseguenze dei propri gesti. Il giocatore cronico agisce dietro un circolo vizioso che in maniera illusoria alimenta la sua speranza di rifarsi con una vincita grandiosa dalle precedenti perdite economiche e al tempo stesso esprime un tentativo continuo e quasi metodico di riscattarsi dal senso di fallimento che producono le conseguenze del suo atteggiamento compulsivo. L’inganno psicologico in cui si rimane incastrati può racchiudersi dunque nel seguente paradigma: “gioco ancora una volta perché solo così potrò vincere e dimostrare a me stesso e a chi mi ama di non aver veramente fallito”.

La famiglia, spettatore passivo?

I familiari sono spesso presi psicologicamente in ostaggio da tale compulsione: oscillano tra l’essere spettatori passivi di un problema più grande di loro e il contrastare disperatamente l’incastro psicologico in cui si ritrova il proprio congiunto. In quest’ultimo caso, il pensiero ossessivo del gioco già costante nella vita quotidiana, può intensificarsi se ostacolato e dunque l’impossibilità di giocare può causare un incremento del livello di stress, un aumento della risposta aggressiva o anche l’instaurarsi di una componente depressiva; tutti vissuti emotivi che inevitabilmente hanno una ricaduta anche sull’organizzazione familiare. Il conflitto di uno diventa in tal modo il conflitto vissuto da tutti. Ma se siamo abituati a concepire il giocatore d’azzardo come semplice portatore di un “vizio”, dove con quest’ultimo s’intende l’accanita ricerca di un piacere puramente narcisistico, stiamo​trascurando una buona parte della realtà…

La sofferenza della fragilità

Qualunque forma di dipendenza patologica (come è la ludopatia) trova in effetti terreno fertile in soggetti emotivamente fragili, spesso con esperienze traumatiche alle spalle, in cui il vuoto interiore accompagnato da una totale assenza di consapevolezza del problema, favorisce l’instaurarsi di una pratica con modalità ossessiva, come lo può essere, appunto, il gioco d’azzardo, nel tentativo inconscio di colmare il vuoto stesso e lenire illusoriamente la propria sofferenza. Il ricorso compulsivo al gioco, in tal senso, “fagocita” sul momento l’angoscia del soggetto e copre un possibile stato depressivo. In altre parole, da una visione condannevole si può e si deve passare ad una visione di assoluta comprensione del vissuto di sofferenza di queste persone, che di certo non si può dire vivano felicemente tale condizione. Accade infatti in alcuni momenti che il giocatore d’azzardo possa essere sfiorato dal doloroso pensiero di essere carnefice di sé stesso e di coloro che ama, avendo messo tutti in ginocchio sia da un punto di vista economico che psicologico.

La dr.ssa Gabriella Scaduto

La coscienza del dolore

In questi momenti è come se il soggetto si risvegliasse da una forma di torpore che il Prof. L. Cancrini – Psichiatra e Psicoterapeuta – definisce la coscienza del dolore e che vede il giocatore metaforicamente come un naufrago, a volte da solo, altre volte a fianco di altri compagni di sventura (i familiari, appunto): a bordo della barca si viene trastullati e intorpiditi dal susseguirsi delle correnti; un torpore bruscamente interrotto talvolta da fasi di “risveglio” che tentano di modificarne la rotta, verso la terra ferma.

Un conflitto interiore

È in questi momenti di puro conflitto che il giocatore vive, passando dal forte bisogno di porre fine a questa forma di schiavitù al lasciarsi invece andare alla tentazione di giocare ancora una volta, che può aprirsi nella sua mente un varco che consenta di riconoscere l’esistenza del problema: la dipendenza patologica e la possibilità di chiedere aiuto a figure professionali competenti per spezzare la catena della dipendenza.

Trovare la forza di uscirne

L’intervento terapeutico svolto in èquipe, attuato sia in setting individuale che di gruppo, si pone in questi casi come quel momento fondamentale che sancisce per il giocatore l’inizio di un percorso attivo in cui può, elaborando a fondo la sua storia e i nodi problematici alla base della sua dipendenza, può trovare la forza e le risorse indispensabili per smantellare i vecchi meccanismi alla base del circolo vizioso della ludopatia. Metaforicamente in questo caso una guarigione può esser vista come una slot machine che smette di girare in maniera random, ma di cui ne assume attivamente il controllo l’ex giocatore, decidendo di non azionarne più la leva.
*Psicologa e psicoterapeuta

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